L’ampia partecipazione popolare alle celebrazioni del 80° della Liberazione dal nazifascismo e dalla guerra, nonostante gli appelli governativi alla “sobrietà”, testimonia che nel corpo vivo della Repubblica gli anticorpi al fascismo sono ancora vigorosi. E, tuttavia, dobbiamo rimanere vigili poiché, per dirla con le parole di Angelo D’Orsi, il fascismo è diventato un modello politico che si è adeguato alle nuove condizioni storiche, capace cioè di rinascere dalle sue ceneri con sembianze sempre diverse, ma con la stessa matrice ideologica.
La transizione incompiuta
Preliminarmente, vorrei sollevare un interrogativo che assume una valenza anche “pedagogica”. Fino a che punto si può dire realizzata la transizione costituzionale democratica e sociale?
Ogni transizione costituzionale è caratterizzata da una dinamica complessa e contradditoria in cui i ruoli di potere costituente (il potere che dà vita al nuovo ordine) e poteri costituiti (i poteri creati e perciò limitati dalla Costituzione) spesso si sovrappongono (A. Cantaro, 2016). L’atto che dà inizio alla transizione democratica in Italia è la sfiducia a Mussolini del Gran Consiglio del fascismo (25 luglio 1943). Ne seguirà un prolungato contrasto tra Corona e CLN che si risolse prima con l’abdicazione di Vittorio Emanuele III a favore di Umberto I e poi con il referendum istituzionale sulla Repubblica (2 giugno 1946).
La transizione costituzionale è un processo dinamico che non ha un inizio e una fine, con buona pace di tanta letteratura (non solo giuridica) che, nel clima da “fine della storia”, sosteneva che il potere costituente si era esaurito. No, il potere costituente del popolo può essere paragonato al magma di un vulcano: progressivamente, allo stabilizzarsi del nuovo ordinamento, si raffredda, ma sotto la cenere permane sempre una scintilla in grado di ridare vigore al fuoco originario. Fuor di metafora, la Costituzione non si riduce a “catechismo”, ma deve necessariamente vivere nella quotidianità, nelle formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità del singolo, famiglia, scuola, le organizzazioni collettive (partiti, sindacati le associazioni). Tutti sono chiamati a rivendicare l’integrale attuazione della Costituzione e il mantenimento del suo asse fondamentale: l’anti-fascismo.
Sul percorso della transizione costituzionale hanno pesato alcuni fattori che meritano di essere portati alla luce.
La cesura con il passato
In primo luogo, è lecito chiedersi se e fino a che punto si sia realizzata la cesura con il passato.
Parto da uno spunto recente. Il decreto-legge c.d. sicurezza, un provvedimento che contiene aberrazioni costituzionali, sembra simbolicamente ricollegarsi al TULPS che risale al lontano 1931. Certo quel testo è stato modificato, reinterpretato, ma rimane il fatto che è ancora formalmente vigente. Così come lo è il Codice penale Rocco del 1940. L’articolo 579 dello stesso prevede ancora oggi come reato l’assistenza al suicidio, nonostante che la Corte costituzionale abbia, nel noto caso Dj Fabo, individuato dei casi estremi in cui non è applicabile.
È opportuno, inoltre, interrogarsi sugli effetti dell’amnistia del 1946 e dei successivi provvedimenti che hanno impedito un processo al regime fascista come fu quello di Norimberga per il nazismo. L’amnistia concessa da Togliatti trovava giustificazione nel tentativo di impedire il crollo delle ancora fragili istituzioni democratiche, messe in pericolo dal rinfocolarsi della guerra civile. A impedire il processo al fascismo furono soprattutto i provvedimenti di clemenza dei successivi governi che estesero i termini temporali e l’ambito di applicazione dell’amnistia, nonché le Corti, ancora nelle mani di giudici fedeli al vecchio regime, che diedero interpretazioni creative ed elusive dell’amnistia. Secondo un bilancio fatto dallo storico Franzinelli, si stima che nella fase di transizione, pur nell’incertezza dei dati: 43000 persone sono state processate per “collaborazionismo”; di queste 23000 furono amnistiate in fase istruttoria e 14000 liberati con formule varie. Dei 5 928 condannati in via definitiva, 5 328 fascisti beneficiarono di amnistia o indulto: 2 231 in modo totale, 3 363 in parte. In definitiva i fascisti in carcere alla metà degli anni 1950 sono stati stimati in poche decine (M. Franzinelli, 2022).
A questa problematica, indubbiamente aggravata dalla sostanziale disapplicazione della XII disposizione transitoria che vieta la ricostituzione in qualsiasi forma del disciolto partito fascista, nel nome di una democrazia “aperta” e di una forse eccessivamente benevola interpretazione della libertà di espressione, si aggiunge il problema che forse condensa gli altri aspetti: la teoria del “doppio stato”.
Il “doppio stato”
Dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, si instaurò una situazione ambigua e conflittuale, in cui due sistemi di potere coesistevano all’interno dello stesso ordinamento. Da una parte, si sviluppava lo Stato normativo, con una lenta e faticosa attuazione dei diritti e delle garanzie prefigurate dalla Carta fondamentale, sostenuto anche dal crescente rilievo sociale ed elettorale del Partito Comunista Italiano. Dall’altra parte, invece, all’ombra di uno stato di emergenza permanente, apparati deviati dello Stato, spesso collusi con servizi di intelligence stranieri e legati a esponenti del precedente regime fascista, tramavano contro le istituzioni democratiche, con l’obiettivo di escludere il PCI dal governo del Paese – in coerenza con la dinamica di condizionamento internazionale inaugurata con il Piano Marshall del 1947.
L’affaire Moro, descritto magistralmente da Leonardo Sciascia nella sua verità più profonda, rappresenta il momento storico in cui questi due “Stati” entrano in collisione frontale.
Tra le molte storie che testimoniano la collusione tra ex fascisti e apparati deviati, merita di essere ricordata la vicenda di Mario Tedeschi, ricostruita da Davide Conti nel suo libro Fascisti contro la democrazia (Einaudi, 2023). Dopo l’8 settembre 1943, Tedeschi si arruolò nel battaglione «Barbarigo» della Xª Mas di Junio Valerio Borghese. Nel dopoguerra, beneficiando dell’amnistia, fu tra i fondatori dei FAR (Fasci d’Azione Rivoluzionaria) e successivamente aderì al Movimento Sociale Italiano. Figura di riferimento per il fascismo vecchio e nuovo, intrattenne rapporti stretti con il capo della sezione di controspionaggio dei servizi segreti statunitensi, James Angleton, e fu legato al potente capo dell’Ufficio Affari Riservati, Federico Umberto D’Amato. Nel novembre 1961 partecipò al convegno di Roma, finanziato dalla NATO, sul tema “La minaccia comunista nel mondo”. Nel 1966, assieme a Stefano Delle Chiaie e sotto la regia di D’Amato (con il quale condivideva anche l’iscrizione alla P2), organizzò la provocazione dei cosiddetti “manifesti cinesi”, prodromica alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Il 29 maggio 1969, dalle pagine del settimanale Il Borghese, Tedeschi annunciò la nascita dei Gruppi di Azione Nazionale, “gente disposta a menar le mani”. Nel 2022, la Corte d’assise di Bologna lo ha indicato come uno dei quattro mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna, insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Federico Umberto D’Amato.
L’ambiguità del doppio Stato solleva il legittimo dubbio che l’attuale Presidente del Consiglio e il suo partito siano eredi, più o meno diretti, del fascismo di ieri. Secondo G. Cottino, nel suo All’armi sono fascisti (Abele, 2024), «lo sono per esplicite rivendicazioni, per i simboli a cui fanno riferimento, per la cultura che esprimono, per il linguaggio che usano, per le immagini del passato che portano con sé». Non devono ingannare, aggiunge Cottino, «le prese di distanza di maniera, in assenza di una lettura seria e approfondita del fascismo nei suoi fondamenti e nelle sue pratiche: di quel fascismo che è stato la stella polare del Movimento Sociale e che continua a esserlo nella fiamma del simbolo di Fratelli d’Italia. E non devono ingannare neppure le diverse modalità con cui il fascismo di oggi si presenta rispetto a quello di ieri, anch’esse inevitabili, dato il mutare dei tempi».
Il fascismo, infatti, muta nella forma, ma persiste nella funzione ideologica.
Analogie e differenze
Si tratta ora di comprendere se sia possibile tracciare alcune analogie e differenze tra le dinamiche storiche che condussero all’affermazione del fascismo nella prima metà del Novecento e le vicende odierne.
Il fascismo “storico” fu rappresentato da Antonio Gramsci come una reazione alla “crisi organica” dello Stato liberale, crisi accelerata dalle conseguenze catastrofiche della Prima guerra mondiale. Lo Stato liberale, incapace di sostenere la pressione delle masse popolari emancipate grazie al suffragio universale, imboccò inizialmente la via del compromesso, avviando dall’alto una trasformazione in senso sociale. Quando però le spinte verso una radicale trasformazione dello status quo si fecero irresistibili, le classi dirigenti liberali si convinsero che solo il ricorso all’autoritarismo e al fascismo potesse salvare l’ordine esistente.
Il fascismo storico presentava, dunque, una caratteristica che oggi appare assente: esso si proponeva come un tentativo di scalzare il prestigio della rivoluzione socialista che aveva segnato il Novecento. Era una dichiarata antitesi ai valori universali della rivoluzione francese – uguaglianza, cittadinanza, solidarietà – sostituiti dall’esaltazione nazionalistica e da una forma mentis razzista.
Anche l’odierna ascesa di forze politiche “populiste” si configura, a suo modo, come l’esito di una nuova e inedita “crisi organica”, questa volta delle classi dirigenti neoliberali occidentali, ormai ridotte a una sorta di aristocrazia patrizia, separata dalle masse e deresponsabilizzata di fronte ai governati. Tuttavia, in assenza di una sinistra capace di dare forma e direzione politica alla ribellione, sia pure disorganica, il populismo contemporaneo ha assunto tratti regressivi e di ispirazione neofascista.
Il suo carattere difensivo e passivo verso i nuovi poteri oligarchici dell’economia digitale si specchia in un’aggressività rivolta ai più vulnerabili, a partire dai migranti: gli ultimi degli ultimi.
Il suprematismo come nucleo comune
Nel suo essenziale ma lucidissimo “Il fascismo non è mai morto”, Luciano Canfora (Dedalo, 2024) osserva che alcune ideologie politiche non si esauriscono nello specifico esperimento storico cui sono originariamente legate, ma conoscono una “seconda vita” nella misura in cui trasmettono categorie simboliche e valori che trascendono quell’esperienza determinata. In parole più semplici, persiste un nucleo ideologico profondo che accomuna il fascismo storico ai nuovi fascismi. Questo nucleo è individuabile nel suprematismo etnico-razziale.
A ragione denunciamo la politica trumpiana di deportazione coattiva dei migranti non bianchi, attuata con sfoggio di violenza esemplare, ricorso a leggi antiquate come l’Alien Enemies Act del 1798 e disprezzo per i controlli delle Corti.
Si sottovaluta però spesso che, sia pure in forme più legalistiche, anche l’Unione Europea promuove una politica migratoria che combina il respingimento alle frontiere, la detenzione e l’espulsione dei migranti economici provenienti dal Sud del mondo, mentre riserva un’accoglienza a braccia aperte ai profughi bianchi in fuga dall’Ucraina.
Questa politica evidenzia come in diversi paesi i partiti “neoliberali” abbiano consapevolmente scelto di inseguire la destra sul suo terreno d’elezione: la criminalizzazione di chi ha in tasca il passaporto “sbagliato” e l’esaltazione della sicurezza come privilegio dei ceti forti contro i ceti marginali della società.
Anche in passato, del resto, vi fu una complicità e una simpatia iniziale verso il fascismo europeo da parte del mondo liberal-conservatore euro-americano. Almeno fino al 1940, Winston Churchill lodava pubblicamente Mussolini come grande legislatore e statista, erede di Augusto e baluardo contro la minaccia comunista. In un discorso del 1933, Churchill affermava: «Se fossi stato italiano, sono certo che sarei stato con voi, dal principio alla fine della vostra lotta contro le bestie feroci del socialismo». L’elogio del Duce come difensore dell’ordine borghese mostra come, anche allora, la difesa degli interessi sociali dominanti potesse prevalere sui principi democratici. Una lezione che oggi si ripresenta, sotto forme nuove.
Nuovo fascismo e oligarchie digitali
Un’ultima analogia-differenza riguarda l’uso sistematico degli strumenti di comunicazione di massa e della propaganda. Il fascismo storico, nel suo disegno di egemonia reazionaria, seppe piegare a suo servizio la stampa, la radio e il cinema, trasformandoli — attraverso apparati come l’Istituto Luce — in potenti veicoli di persuasione collettiva, capaci di imprimere nelle menti e nei cuori i precetti autoritari, discriminatori e violenti su cui fondava il proprio potere.
Anche oggi, i nuovi fascismi si avvalgono capillarmente delle tecnologie digitali per diffondere contenuti discriminatori, omofobi e apertamente razzisti. È altamente significativo che l’incoronazione politica di Donald Trump sia avvenuta alla presenza dei CEO delle più potenti piattaforme tecnologiche: un’immagine emblematica di una nuova alleanza inquietante tra potere politico autoritario e potere tecnologico.
Sorge allora una domanda inevitabile: non stiamo forse assistendo alla nascita di una nuova deriva globale, che, sotto il segno della tecnologia, maschera uno scivolamento verso una forma inedita di tecno-fascismo, basata sul controllo sociale mediato dagli algoritmi?
Cosa vuol dire oggi resistere?
Da ultimo mi chiedo — e vi chiedo — come e con quali strumenti dobbiamo resistere oggi alla riemersione di una cultura neofascista incentrata sul suprematismo bianco.
Il primo passo è contrastare il tentativo di equiparazione, promosso anche da due vergognose risoluzioni del Parlamento europeo, tra nazifascismo e comunismo. Dobbiamo ricordare, in ogni iniziativa pubblica, nelle scuole, ovunque ci troviamo, che il nazifascismo fu innanzitutto la forma della reazione delle classi dirigenti liberali alla Rivoluzione d’Ottobre.
In secondo luogo, sempre sul piano pedagogico, dobbiamo smascherare il tentativo — comune ai fascismi di oggi — di trasformare la democrazia progressiva, che assume la disuguaglianza sociale come un ostacolo da rimuovere, in una democrazia conservativa: un ordinamento pensato per proteggere gerarchie, disuguaglianze, discriminazioni culturali prodotte dal meccanismo economico e dagli assetti di potere esistenti.
Per questo, il nostro nemico mortale è l’apatia politica, il disinteresse per la cosa pubblica, che purtroppo investe proprio le giovani generazioni, e costituisce — lo sappiamo — il brodo di cultura in cui può attecchire la cultura fascista.
Infine, e forse soprattutto, siamo chiamati a rileggere il significato più profondo dell’antifascismo.
Un antifascismo che non sia rito vuoto, ma critica radicale dell’iper-capitalismo, lotta senza quartiere contro l’intreccio di poteri e di violenze armate che stanno trascinando il mondo sull’orlo dell’auto-distruzione.



