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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Disperate speranze

In uno scritto, dall’equivocato titolo “disperate speranze”, Mario Tronti torna sui fondamenti del suo pensiero diversamente critico. Per parlare dell’altro ieri e del dopodomani. Di “come abbattere i potenti”, di “come innalzare gli umili”. Ecco il politico. Un lungo estratto: lunghi, prepotenti, illuminanti, passaggi.

Non è tempo di utopie.

Per questo è necessario tornare a parlare di Utopia. Siamo in catene tra le sbarre di un eterno presente, una condizione che ci toglie la libertà sia di guardare indietro sia di mirare avanti: perché, secondo l’opinione corrente e dominante, il passato ha il dovere di morire e l’avvenire non ha il diritto di vivere. Per reazione, a cercare luce dalla caverna, sovversive diventano allora due facoltà grandemente umane, la memoria e l’immaginazione. Esse vanno coltivate insieme e non l’una contro l’altra: è questo quanto voglio tentare di dire. Aggiungendo: il riferimento non deve essere a ieri, ma all’altro ieri; non al domani, ma al dopodomani. L’immediato passato è ciò che ha prodotto questo presente: va messo sotto critica. L’immediato futuro è tutto nelle mani di chi comanda oggi: occorre strapparglielo. Mai dimenticare che quando si pensano concetti politici, bisogna legarli a filo doppio con le lotte. Nel viaggio per raggiungere le coste dell’isola di Utopia, si arriva attraversando un mare in tempesta, non certo cullandosi nella grande bonaccia delle Antille.

Questo è tempo di distopie

C’è il rullo compressore di un processo storico che va avanti per conto suo, senza che nessuno lo guidi, perché non ha bisogno di guida, ha una logica autonoma di sviluppo e di crisi, secondo leggi di movimento vetero-e-neocapitalistiche perfettamente tra loro intercambiabili. Il Leviatano della tecnica non è soggetto, è strumento, dopo il Novecento, come il Leviathan della politica lo fu nel Seicento. Allora servì all’accumulazione originaria della ricchezza delle nazioni, cioè del capitale-mondo, oggi serve alla dissipazione finale delle risorse della terra. E non è in vista il Behemoth delle guerre civili. I conflitti esistono. E non possono non esistere in società profondamente divise, come le nostre. Ma sono conflitti falsi nell’azione dei soggetti, come le false notizie nella comunicazione delle parole. La falsità consiste nel fatto che non servono, perché non mirano, a mettere in crisi il meccanismo oggettivo di permanenza delle attuali forme di vita, nella loro specifica originale presenza, imposte e insieme accettate. Il discorso di utopia ha oggi il compito di lavorare a distinguere, a dissociare, a separare, imposizione e accettazione. Il pensiero utopico, o riesce ad essere antagonista pensiero critico di ogni giorno, oppure rischia di diventare una consolatoria filosofia della domenica.

Per un’utopia teologico-politica

Utopia, per me, è un al di là. Al di là terreno. Esito a dire mondano. Perché mondo oggi si identifica con questo mondo: esattamente ciò che mi respinge e che mi spinge a cercare un oltre. Sento vicina, per questa via, ogni misura o dimensione trascendente. Senza identificarmi con le forme teologiche che essa assume, trovo lì, e utilizzo, un pensare, e un parlare, di misura politica, che metaforicamente, o allegoricamente, accenna a qualcosa d’altro da qui, da questo. C’è antagonismo già in questa sola scelta. Mentre nella scelta, opposta, di un rigoroso immanentismo, non c’è via d’uscita dalla subalternità a ciò che è, così com’è. Per il tempo che stiamo vivendo, per la contingenza che stiamo sperimentando, non è possibile immaginare un’utopia politica, è necessario pensare un’utopia teologico-politica. Se, come vedremo, seguendo Bloch, quanto ci interessa è “l’utopia concreta”, il teologico politico, più del politico, è in grado di assicurarci quel non-ancora realistico che andiamo cercando. Non giriamoci intorno, fermiamo il punto. Nel Magnificat leggiamo: abbattere i potenti, innalzare gli umili. Ecco il teologico. Come abbattere i potenti, come innalzare gli umili. Ecco il politico. E non si dica: troppo semplice. È compito del pensiero politico ridurre la complessità della storia, in modo che questa possa essere agita non solo da chi la possiede intellettualmente, ma da chi la soffre esistenzialmente.

Questo mondo. Questo tempo

Per il discorso di utopia, è preliminare intendersi su tali espressioni. Mondo e tempo, nemici. Una delle difficoltà, forse la maggiore, nel parlare oggi dell’oltre, è la generale assuefazione allo stato delle cose presente, una rassegnazione di massa, del resto culturalmente motivata, dall’impossibilità, come si usava dire in fondo fino a non molto tempo fa, di “cambiare il mondo”. Non che sia assente la parola cambiamento. Anzi, per dar luogo a quel falso movimento che è il consenso democratico, basta pronunciarla, ancora meglio gridarla. Il che è interessante: perché vuol dire che non si è soddisfatti di come vanno le cose, di come sono andate fin qui, da parte di chi le ha governate. Ci si affida ai prossimi governanti, perché le cose cambino. È l’inganno delle attuali democrazie realizzate. Offrire l’illusione del cambiamento è il modo più intelligente finora trovato per mantenere le cose così come stanno. Non c’è più bisogno dei mostri biblici per governare i popoli. Bastano rassicuranti animali domestici, che non a caso occupano ormai le stanze di gran parte delle case, un tempo occupate dai bambini.

Cambiamento è parola da pensiero debole

Un non-pensiero che registra, ricalca, riflette una non-società. Non aveva affatto torto Margareth Thatcher a dire: la società non esiste, esistono solo gli individui. Definiva esattamente questo mondo, del neoliberalismo a trazione economico-finanziaria. Qualcuno ci ha insegnato che devi conoscere il nemico meglio di quanto il nemico conosca sé stesso. È questo il caso. Sono sempre i padroni, e chi li rappresenta, a dirti come stanno veramente le cose. I contestatori generosamente credono alla favola dell’animale uomo naturalmente socievole. Ma secoli di anarco-capitalismo hanno depositato tra noi un’altra specie umana: quella. È qui che il discorso di utopia inciampa e ruzzola. Allora devi mettere in campo non una debole idea di cambiamento, ma un concetto forte di trasformazione. Trasvalutazione di tutte le forme: di produzione, di scambio, di consumo, ora e sempre delle forme di potere e, nello specifico odierno – drammatico problema – delle forme di comunicazione. E di conseguenza, la messa in discussione delle forme di vita, quelle che non si scelgono ma si subiscono, quelle che non si godono ma si soffrono, quelle che quotidianamente si sperimentano non su di sé ma contro di sé (…).

L’utopia concreta? Intanto, un ritorno di Novecento.

È più agibile raggiungere l’isola che non c’è se si sa che l’isola c’è già stata. L’Atlantide, continente scomparso, si dava come esistito. Il regnum hominis della Nova Atlantis, immaginata da un uomo di scienza visionario, Bacone, e prima ancora da un filosofo del mondo delle idee, Platone, non si sa se c’è mai stato, ma la grande terra che lo permetteva c’era. Il “già stato” e il “non ancora” non vanno contrapposti. Sono complementari. Come conservazione e rivoluzione. È il giro delle orbite che rivoluziona i pianeti. E il salto non consiste nel proiettarsi in avanti, ma nel fermare il circolo in un punto: quel punto in cui storia e politica sono state più avanti di economia e tecnologia e non come oggi così drammaticamente indietro. Utopia non può essere più invocare e attendere il Messia ma, seguendo Benjamin, lasciare aperto il piccolo spiraglio attraverso cui può passare, per tornare, in ogni momento. Cioè stare pronti all’occasione. Compito primario di una politica nuovamente al posto di comando è preoccuparsi di conservare quell’apertura e semmai organizzarsi per aprirla quando è chiusa.

Nominare diversamente il nome di Dio

Utopia è “nominare del tutto diversamente il nome di Dio, quel nome insieme perduto e non mai trovato”. Segue una digressione intitolata “Il mistero”. L’utopia concreta, l’utopia politica, cioè la politica drammaticamente alle prese con il raggiungimento di un fine posto oltre la realtà in cui essa lotta, deve fare i conti con la dimensione del mistero che segna la vita umana: per cui la storia degli eventi è un enigma che ogni epoca, a suo modo, ha il compito di decifrare. Bloch chiama questo compito: “la forma del problema inconstruibile.

Qual è la differenza tra distopia e utopia?

Non mi riferisco alle immaginazioni future che denunciano il presente: ieri George Orwell e Aldous Huxley, oggi James G. Ballard. Queste ben vengano. Le distopie sono il futuribile di città, di case, di lavori, e quindi di rapporti disumanizzati. Questo tipo di utopia negativa cambia, mentre l’utopia positiva trasforma. L’una innova, l’altra rivoluziona. Il meccanismo distopico è un dispositivo oggettivo, in continuità col presente. L’attuale rivolgimento tecnologico segue lo sviluppo capitalistico, lo accompagna, in buona misura lo stabilizza. Va sempre avanti, senza voltarsi indietro. La passione utopica è un’istanza soggettiva, spezza la storia, la mette sottosopra, è contro ciò che è, ma non contro tutto ciò che è stato. Non cammina verso il futuro, salta oltre il presente, anche in nome di un altro passato. Conserva l’accumulo di insorgenze avvenute, per dare forza a ciò che pensa debba avvenire. Oggi c’è una sorta di utopia concreta che si impone egemonicamente nei prodotti come nei pensieri. È l’utopia tecnologica, con i suoi risultati mai sazi di sé stessi e sempre nuovi, sempre diversi. Le va contrapposta una sorta di utopia concreta antropologica. La misura di giudizio è il destino della condizione umana. Stiamo veramente passando da una condizione disumana capitalistica a una condizione postumana tecnologica? Sarebbe opportuno richiamare le nuove generazioni a preoccuparsi, oltre che del futuro del pianeta nella sua deriva ambientale, anche del futuro dell’uomo nella sua deriva artificiale. Il discorso utopico, politico, di oggi è chiamato a una battaglia delle idee preliminare: ad impedire che si chiuda per sempre, a causa dell’estinzione di un’umanità disponibile al grande compito, quella prospettiva di redenzione umana iscritta nelle lotte del passato”.

Redenzione è parola opportuna

Redimere quelli che stanno in basso nella società dalla loro condizione di subalternità. Era l’ideale del movimento operaio: “l’emancipazione del proletariato emanciperà tutta l’umanità”. Utopia non realizzata. Quel passo di Bloch, citato sopra, vedeva tornare, nella realizzazione bolscevica del marxismo, l’antico modello di lotta divina miticamente mirata all’a-che-scopo. Scriveva nel 1921. La rivoluzione appena nata, seppure aggredita da tutte le parti, spargeva speranza di liberazione degli oppressi in tutta Europa e oltre. Pensate a quanta mobilitazione di lotte, a quanto entusiasmo di azione, a quante scelte di vita, dava luogo quella semplice parola d’ordine: fare come in Russia! Un sogno infranto rimane, deve rimanere, nella memoria, a motivare future insorgenze, ma bisogna coltivarlo, quel sogno, se lo si cancella, o peggio si accetta di farlo passare come un incubo, si fa un danno enorme alla propria parte. Questo danno è stato fatto: e in modo irreparabile.

Pensiero dell’azione è parola opportuna

Allora, siccome parliamo di utopia, io non nominerei marxismo, nominerei comunismo. Marx ci ha dato le armi per combattere il capitalismo, ma sulla via per uscirne ci ha lasciati disarmati. C’è voluto Lenin, per correggere e aggiungere qualcosa di essenziale. Ma, appunto, le porte si aprirono e subito si richiusero. Perché “non si muore per un bilancio di produzione ben pianificato”. Il progetto marxista di portare il socialismo dall’utopia alla scienza, proprio questo è fallito. Voler dimostrare scientificamente il passaggio dal capitalismo al socialismo è come voler dare la dimostrazione scientifica del passaggio dall’inferno di questo mondo al paradiso di quell’altro. O ci credi o non se ne fa niente. La fede è possente virtù agente. Non si dice che smuove le montagne? Tutto quello che ti è consentito è passare da un’utopia ideale a un’utopia quanto più possibile reale. Il marxismo non è una filosofia. Una filosofia vale per tutti. E il marxismo non può valere per tutti. La poderosa opera di Marx è un indispensabile strumento di conoscenza e di lotta dentro questa determinata formazione economico-sociale-politica, ad uso di una parte alternativa e antagonista. Non c’è una filosofia della prassi, c’è un pensiero dell’azione: pensiero politico che accompagna, segue, dirige, orienta l’azione sociale. Una filosofia del marxismo non può essere che un’ideologia. E non è nemmeno male che sia così. A patto che tu ne sia cosciente. Non una falsa coscienza, ma una coscienza altra, una narrazione ideologica autonoma, libera dal mondo e dal tempo così come sono, potenzialmente egemone rispetto alle narrazioni dominanti”.

Teoria della prassi sociale”, “riflessione dell’agire intimo”:

(…) tenere strette insieme queste due dimensioni grandemente umane è la provvisoria utopia concreta che ci è oggi solo concessa. Questo è il tempo del “frammezzo”, una lunga età della restaurazione, che avanza con gli stivali delle sette leghe dell’innovazione. Non vale più la frase: il vecchio mondo muore e il nuovo stenta a nascere. No, il vecchio mondo torna a vivere in vesti completamente nuove. Così, democraticamente il popolo decade a massa, l’individuo liberisticamente non sale a persona. L’utopia teologico-politica viene ricacciata in interiore homine. Esteriorità nemica e interiorità amica vanno a delineare un “inattuale” criterio del politico. Attenzione, va coltivato solo come lotta. Lo sapeva il giovane Hegel, prima che scendesse come a volte è anche necessario fare, “con il greve reale”.

 

[La versione integrale è contenuta nel n. 11/2019 della rivista Infiniti Mondi]

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