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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Ghetto Italia

E mi domando come siamo, noi, se mangiando un mandarino a tavola, d’inverno, non sentiamo il sapore amaro della prigionia. Un reportage sulla condizione dei lavoratori agricoli in Italia

Le braccianti dell’Alto Salento

L’Alto Salento è diverso dal leccese. I territori dei comuni sono notevolmente più estesi, le ispezioni del lavoro meno rigorose, la tradizione dello sfruttamento più radicata e più simile a quella del foggiano. Secondo alcuni storici e giornalisti, è in questa provincia che nasce il caporalato pugliese, per poi diffondersi nel corso del Novecento come apparato vincente dentro tutto il mercato del lavoro agricolo meridionale. (…)
In quest’area la manodopera femminile conta circa quattordicimila presenze, stando agli elenchi anagrafici dell’INPS, la sola fonte statistica certa di cui possiamo disporre per farci un quadro della presenza regolare di braccianti in Puglia. Per le donne il salario medio è inferiore di quasi il trenta per cento rispetto agli uomini una cifra lorda che non supera i ventiquattro euro al giorno contro i trentacinque degli uomini. Questo quando sono assunte, perché, per fare un esempio, solo nell’agro di Fasano un’azienda su due non versa i contributi previdenziali per le braccianti, di conseguenza la metà delle lavoratrici non ha diritto al sussidio di disoccupazione a stagione terminata. L’abitudine di non versare i contributi è diffusa purtroppo in tutto il paese, tanto da produrre un’evasione fiscale totale che, secondo i recenti rapporti Agromafie e Caporalato della Flai CGIL, ha raggiunto i seicento milioni di euro annui: una montagna di denaro sottratto alle casse dello stato.

Mi spingo fino alle Terre di San Pietro Vernotico, dove da secoli si coltiva anche la vite. In questa zona, a Torre Santa Susanna, hanno investito perfino i Zonin, ma le cattive abitudini sono rimaste le stesse. Sono quasi le dieci quando incrocio un gruppo di braccianti, di donne, che procedono in fila. Accosto e mi presento.

“Non voglio noie”, dice la più anziana, una donna bassina sulla sessantina, senza fermarsi.

“Giusto qualche informazione”, insisto.
La donna fa cenno alle altre di continuare, siede su un muretto a secco e mi dice che mi racconterà un po’ di cose a patto che nessuno faccia il suo nome o di una delle ragazze.
“Il lavoro com’è”?

“Faticoso, come sempre”, mi risponde.
“A che ora iniziate a lavorare?”
“Alle cinque.”
“Da dove venite?,”
“Da Francavilla Fontana.”

Francavilla è un comune non troppo distante da qui. Uno di quei comuni dove la paga giornaliera viene stabilita dal caporale con le imprese agricole e, dopo, con i lavoratori. Lo chiamano salario di piazza, ma di pubblico, di plateale, non ha niente. Tutto avviene all’ombra del sistema.

“Siete venuti a piedi? Non vedo una macchina…”

“Fra poco arriva il capo “, mi risponde.” Qua abbiamo finito, per oggi. L’abbiamo chiamato così ci porta su un altro campo, verso Mesagne.”

Il caporale ha chiamata! Chi presta servizio di trasporto per chiudere la raccolta per tempo, deve essere un gregario di un capo più grosso.

“Quando terminate da una parte, lui vi porta da un’altra.”

“Per le esperte è regola”, dice sciogliendo il laccio che le tiene i capelli legati. Le osservo le mani dure e nere e gli occhi rimpiccioliti dal sole. Il lavoro in campagna trasforma invariabilmente il corpo, a lungo andare.

“Ci sono degli stranieri che lavorano con te?”

Tentenna il capo innervosita.
“Ti devo dire che ogni volta che il capo parla di stranieri a me mi prende la rabbia, perché io prendo venticinque euro al giorno e non mi bastano per campare due figli grandi. Ma se arrivano gli stranieri, il capo paga di meno.”
” Ma se sei una del mestiere, avrai il tuo giro di padroni. Conosci quelli che ti danno il lavoro. Puoi contrattare un minimo”, obietto.
“Stai fresco! Una volta era così. Ora se non c’è il capo non lavori. Io non sono una specializzata, faccio le cose che so fare.”

Allora ne arrivano, di stranieri.”

Vengono sì, cacchio! Vengono delle squadre intere dalla Romania… Le troviamo la mattina nel paese ci fanno concorrenza. Il capo ha detto che se le mie ragazze cominciano a lamentarsi, va a prendersi pure gli africani che stanno verso Brindisi e Lecce. Tanto a quelli gli dà venti euro, se pure! Li tengono a pane in corpo.”

“E tu come lo sai?, le domando.
“Lo sanno tutti. Me l’ha detto pure il sindacato. Non è manco giusto che io devo lavorare una vita e devo avere paura che poi pagano di meno pure a me o alle mie ragazze.”

Questa donna vive nel terrore di ingaggiare una temibile guerra tra poveri, un perverso gioco a ribasso dove, a rimetterci, sono tutti: italiane e straniere. A guadagnarci i soliti pochi criminali e le medie e grandi aziende che importano il raccolto, e quei caporali che, a quanto pare, selezionano le braccianti in base alla loro avvenenza e disponibilità sessuale.
“Ma il contratto te lo fanno?”
“Me lo fanno a rate”, risponde fregandosi le mani. “Mi fanno un contratto … Diciamo che risulta che lavoro quattro mesi. Prendo la disoccupazione perché il capo mi dichiara cinquantuno giornate. Non una di più.”
Ma ne lavori di più “, dico.

“E certo, se no come campo?”
Le cosiddette cinquantuno giornate dichiarate sono il minimo sindacale per accedere al sussidio di disoccupazione a fine stagione. Nonostante la crescita della produttività indichi in Puglia un impiego massiccio di manodopera per periodi molto più lunghi, sono incalcolabili i casi di braccianti per i quali sono stati versati contributi annui per poco più di cinquantun giorni lavorativi. Questa incongruità tra produttività, lavoratori impiegati e durata dei contratti rivela la presenza diffusa di lavoro nero in tutte le sfumature e declinazioni compresa la riduzione in schiavitù, come ci raccontano i processi Sabr a Lecce e quello Dacia a Taranto. Come un mantice il diritto a un contratto, a delle garanzie e delle tutele si apre e si chiude secondo la volontà dei datori di lavoro e dei caporali.

L’inferno delle patate novelle

Cassibile è il luogo dove l’Italia firmò l’armistizio nel 1943, quando depose le armi di fronte all’avanzata angloamericana e dove, oggi, spunta le armi della civiltà e si consegna allo sfruttamento più feroce. Sono oltre dieci anni che Cassibile è considerato un posto infernale per la raccolta delle patate novelle. Siamo in provincia di Siracusa, e questa specialità di patate molto pregiata, avvia la stagione dei braccianti in tutto il Sud. Questo territorio è pieno di sudanesi inseriti in un circuito tutto meridionale di manodopera per l’agricoltura: da Cassibile si spostano in Calabria, Campania e Puglia. Ne ha parlato Altraeconomia in uno speciale, e ne parlano i quotidiani locali quando nel pieno della raccolta, i sudanesi e gli altri stranieri si vedono camminare lungo le strade, ciondoloni, stanchi morti, prima di sparire assorbiti dai campi ai lati delle strade locali dove vivono le loro precari alloggi di fortuna.

È qui che abbiamo appuntamento con Issà, un gigante sudanese insofferente, senza peli sulla lingua, sfrontato e acceso. Issà ci aspetta nella sua tenda, se possiamo chiamare così un iglù di plastica e legna, coperto di bustoni di cerata, largo sì e no quanto il suo ospite.

“La notte ti spuntano fuori i piedi “, faccio e lui mi sorride.

“Anche la testa, quando fa caldo”, risponde.

Issà gira il sud per campi e perghetti. Se li fa praticamente tutti, cambiando caporale di volta in volta. Probabilmente non ha mai visto in faccia i suoi reali datori di lavoro.

“Mai una volta che uno mi prende a lavorare senza capo!”, esclama.

“Ci hai provato?”, gli domanda Yvan

Issà alza la mano come per dire mai o troppe volte, chissà. Probabilmente non ci crede, alla possibilità di riuscire a strappare un contratto regolare e rispettato.

“Devi provarci.”

“Se Dio vuole.”

“Come fai a vivere qui?”

“Si fa. A noi non ci vogliono dentro a Cassibile. Ci trattano di merda. Quando sono venuto la prima volta, il capo mi ha detto ‘non andare al paese, ti cacciano’, ma io non ci credevo e un giorno sono andato. Me ne sono tornato prestissimo perché non mi hanno nemmeno fatto entrare in un tabaccaio.”

Non è il verosimile, quanto dice Issà. Fenomeni di razzismo e di xenofobia si diffondono come malattie. È l’Italia infettata dai media che si dà all’intolleranza.

“Senza di noi dove le mandano le patate!”

L’osservazione è giustissima, e ne tiene dentro almeno un’altra: se non ci fossero questi raccoglitori, che ne sarebbe dell’agricoltura siracusana? E di quella siciliana, pugliese, piemontese, italiana? Sono domande alle quali non si può rispondere con delle semplici cifre, perché il lavoro agricolo è innanzitutto un freno alla desertificazione, mantiene il territorio in vita, contiene l’avanzata del cemento, eccetera eccetera. Sono tutte funzioni sociali prima che economiche svolte da esseri umani esclusi dalla società italiana. Un paradosso inequivocabile che ci rivela quanto sia diventato cinico questo paese. Non sono i grandi capitalisti con la puzza sotto il naso a respingere i braccianti fuori dalle mura di Cassibile, ma normali cittadini, telespettatori di talk-show dove nessuno racconta l’utilità dei migranti.”

“Senza di noi tutto questo non esiste” dice Issà come leggendoci nel pensiero.

Tanti piccoli indiani

Arriva con il suo turbante verde di seta, una camicia a maniche lunghe bordò e un paio di jeans scuri. Smilzo, non altissimo, scuro ed elegante, barba curata, dimostra una cinquantina d’anni. Cammina veloce, quasi sollevato di qualche centimetro da terra. Lo direi più un semidio che un bracciante, perché diffonde serenità solo a guardarlo. Ci stringiamo le mani e ci sediamo a un tavolino appartato. Mi dice che non prende niente, non beve alcolici o altro. Annuisco, e intanto ordino un caffè per me che arriva quasi subito.

“Entriamo in argomento, se sei d’accordo”, dico.

“Ti dico che la nostra situazione non è più buona, perché i padroni italiani si sono fatti furbi. Ora c’è la crisi, prima vendevano dappertutto, fino in Russia, adesso tutto sta diminuendo, soprattutto la paga.”

Gli faccio cenno di andare avanti, perché questo discorso sulla crisi, sugli effetti della crisi e dell’embargo alla Russia di Putin, è evidentemente un alibi. Il sistema imprenditoriale pare essere più interessato a modificare i rapporti di forza dentro il mercato del lavoro che a modificare le relazioni con la grande distribuzione internazionale… Il più forte se la piglia col più debole.

“Io lavoro da un sacco di anni. Ho cambiato paese sono stato più giù, a San Felice, poi sono salito a Latina perché in questa zona posso lavorare alle zucchine e alle mucche. Il mio padrone fa tutte e due le cose. È uno potente.”

La parola potente evoca altri scenari, alti agricolture. Quella foggiana è quella lucana in particolare, con le loro storture e i loro perversi raggiri a danno dei braccianti.

“Quindi tu raccogli zucchine e ti occupi del bestiame?”, gli domando.

“Tutte e due le cose, così non smetto mai di lavorare, ma prima avevo una specie di stipendio. Lui mi dava settecento euro al mese, tutto l’anno. Ora mi paga il giorno.”

“La giornata… Ma il contratto, te lo fa?”

“Sempre. Ho sempre avuto un contratto. Sul contratto anche prima c’era la giornata, pure ora. Ma ora di meno di prima.”

“Quando arrivi a prendere, a fine mese?”

“Seicentocinquanta euro, ma non tutti i mesi “, risponde.

Significa, tradotto in giornate registrate presso l’Inps, poco più di una decina al mese: un terzo di quelle effettivamente lavorate.

“Dove vivi?”

“Nella stalla.”

“Quanti siete?”

“Dodici.”
“Tutti nella stalla?”

Fa di sì. Quella di stipare gli indiani in vecchie stalle adibite a camerateè un’abitudine diffusa e, se vogliamo, nemmeno tanto in civile, se non fosse che…

“Paghi un affitto?

“Cinquanta euro al mese.”

Se non fosse che il padrone trattiene cinquanta euro a ogni lavoratore per l’alloggio, e forse…

“E per mangiare, paghi?”

“Sempre cinquanta euro al mese.”

Cento euro al mese, vitto e alloggio. In questa cifra è compreso l’uso del bagno e della doccia, ma non i saponi e gli asciugamani.

“Per raccogliere le zucchine usi dei guanti? Che quelle pungono, qualche volta, no?”

“Sì, uso sempre i guanti.”

“Chi li ha comprati?”

“Prima me li dava il padrone, ma quando si sono rotti li ho pagati io. Me li ha accolti dalla paga.”

E ai guanti in alcuni casi, per alcune culture particolari, vanno aggiunte le mascherine – che nessun padrone o quasi ritiene obbligatorie – e le cesoie. Poi ci sono le visite mediche, quelle a pagamento, le scarpe da lavoro, i vestiti, qualche svago. Perché non basta sopravvivere bisogna pur vivere.

“Alla fine ti restano meno di seicento euro.”

“Mando tutto a casa, quattrocento o quattrocentocinquanta euro.”

Una cifra che in India deve essere forse o da piccola fortuna, ma che in Italia è un indegno e volgare insulto.

“Dove dormite, nella stalla, avete un letto?”

“Il padrone ha messo dei materassi.”

“Per terra? ”

“Sì. Di gomma.”

“Avete riscaldamento, della stalla?”

“Possiamo accendere un fuoco… ” “In un braciere”

“Sì, ma dobbiamo stare attenti, perché fa gas.”

Come nella tradizione contadina e pastorale, tornano ai bracieri al carbone che tanti lavoratori hanno scaldato e ucciso nel sonno con le loro esalazioni. Possono prendere fuoco come gli niente i materassi di gommapiuma posti in terra in una camerata calda d’estate e fredda d’inverno, sempre umida. Un posto meno sicuro e accogliente di una stalla per sole bestie.

“Quante ore lavori?”

Ci mette qualche secondo per rispondere. Ci riflette sopra.

“Alle zucchine sto dalle sei alle sette della sera.”

Dodici ore tonde, perché fa di sicuro un’ora di pausa.

“Il campo è vicino alla stalla?”

“No, ci passa a prendere un amico del padrone.”

Ecco che spunta il caporale della situazione.

“Italiano?”

“Indiano.”

“lo pagate?”

Fa di nuovo di sì.

“Quanto?”

“Tre euro al giorno.”

E sono altri trenta euro al mese che se ne vanno in fumo. Il fatto più paradossale è che nel sistema statunitense e gli schiavi venivano condotti gratis nelle piantagioni. Nel sistema neoschiavistico italiano invece il trasporto ha sempre un prezzo.

“Hai un giorno libero?”

“Qualche volta, ma quando stai alla stalla c’è sempre da fare.”

[Yvan Sagnet, Leonardo Palmisano, Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento, Fandango 2015]

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