A noi che veniamo dal breve e lungo ventesimo secolo non sfugge il significato vitale, costituente e costituito, del NO. La negazione come benefico, primordiale, gesto per diventare consapevoli del rimosso. La negazione di cui parlava Freud in un breve e intensissimo testo del 1925 (La negazione e altri scritti, Bollati Boringhieri, 1982). Potenza performativa di una rivolta inequivocabile nella sua “disarmata e disarmante” semplicità ed essenzialità: No, non ci sto. Il fondamento primordiale senza il quale non c’è identità: ancor meno identità politica. Perché diceva Mario Tronti – il Tronti amato da Pasquale Serra – «o si è qualcosa o non si diventa niente». E si deve essere qualcosa per avere quel pensiero su come va il mondo al centro di questo numero che rielabora e sviluppa gli atti di due seminari “critici”, uno svoltosi a Roma il 14 febbraio (promosso in collaborazione con l’Associazione Patria e Costituzione e La rivista La Fionda), un altro il 5 marzo dall’Università di Urbino. Un numero intenso e spiazzante. Ma non sorprendente per i nostri lettori. In qualche modo se lo aspettavano, se lo dovevano aspettare: è nel nostro Dna, siamo e vogliamo continuare ad essere un “fortino” del pensiero critico (Baldacci).
A noi che veniamo dal breve e lungo ventesimo secolo non sfugge, altresì, che questo primo atto di primaria protesta – No, non ci sto – non esaurisce il processo di costruzione dell’identità, ma lo apre (altrimenti rischia di ridursi ad estetica ed accademica indignazione). È quel che accade – ardito accostamento – nella grande letteratura moderna al centro di un recentissimo, prezioso, volume a sedici voci curato da Luigi Alfieri, Marco Cangiotti, Roberto Gatti e Federico Sciacca (Il male nella letteratura contemporanea. Riflessioni filosofiche, Giappichelli, 2025). Insomma, c’è Freud nel breve e lungo ventesimo secolo, ma c’è anche Massa e potere grandemente amato da Luigi Alfieri che i nostri lettori ben conoscono e apprezzano. C’è, andiamo al cuore del tema, anche la naturale capacità di metamorfosi di Elias Canetti che uno dei contributi del citato volume rintraccia come latente presenza anche in Primo Levi (C. M. Bellei, L’Angelo e la Farfalla. La Perfezione del Male in Angelica Farfalla di Primo Levi).
La vocazione al superamento di sé, la capacità di metamorfosi, è insita nell’umana aspirazione a non accettare come costitutiva la condizione di verme. Il desiderio del fragile e incompleto verme di diventare farfalla, l’incessante ricerca di una forma angelica, l’aspirazione ad essere altro da un’identità data, immodificabile. Nella tradizione cristiana (ma non solo) a non separare corpo e anima. A diventare meglio di ciò che siamo, ad emanciparci dalla carne da cui veniamo, ad andare oltre «la pesantezza di ciò che è terrestre», a non esaurire la nostra identità nella dimensione meramente biologica della vita, a cercare incessantemente una forma di vita superiore. Oltre il No, non ci sto.
Anche la tradizione progressista, coltivata e alimentata dal “pensiero critico” ha a lungo ambito ad elevare l’essere – la “gente in carne ad ossa” – in un superiore dover essere. Un trascendimento della plebe in Classe, della moltitudine in Popolo. Forme di vita rappresentate e vissute come compiute, nobili, ‘angeliche’. Qualcosa però, a un certo momento, è andato storto. L’egemonia è passata di mano. A interpretare e veicolare assai più efficacemente l’umano desiderio al superamento di sé è stato il neoliberalismo totalitario (Bazzicalupo). Una antropologia ed una mitologia politica, assai più di una ‘semplice’ ideologia (Cantaro).
Di fronte a questa sfida “ci siamo persi”, ci hanno, detto ciascuno a suo modo, Mario Tronti e Pietro Ingrao. “Ci siamo persi”, da lungo tempo. Oggi a prevalere tanto nel progressismo moderato e liberal quanto nel progressismo e populismo di sinistra è un concretismo politico del tutto subalterno alla lingua del neoliberalismo e del neo-populismo (Cantaro, 2022). Un asfittico monismo dell’essere sociale speculare ad un altrettanto asfittico monismo del dover essere, laddove sarebbe necessario riabilitare un dualismo che riconosca contestualmente e costitutivamente le buone ragioni tanto dell’essere quanto del dover essere. Tanto, cioè, l’immanenza del “No, non ci sto” che rivendica la dignità dell’incompiuto, la libertà di non essere angeli, di rimanere ciò che si è. Quanto la trascendenza della metamorfosi, il desiderio del superamento di sé, una libertà che deve restare sempre aperta. La libertà di essere Plebe e, al contempo la libertà di diventare Popolo. L’immanente trascendente, il sacro che manca di cui ho provato a parlare nel mio “Amato Popolo” e l’immaginario delle passioni di cui parla Stefano Visentin.
“Con il No Oltre il No”. Una Costituzione progressiva, una Carta programma fondamentale dell’Italia e degli italiani, una Costituzione in cammino: da attuare, implementare e, ancor più, da sviluppare. Romanzo popolare, come amava dire Giuseppe Cotturri. Solo così la coalizione costituzionale auspicata da Enrico Rossi non vivrà come mero cartello elettorale, come una coperta per mettere la polvere sotto il tappeto. Sarebbe questo il tradimento più gande di una Costituzione di cui ci avviamo a celebrare i primi ottanta anni.


