Trump, quo vadis. America unde venis. Non si può capire dove va Trump senza capire da dove viene l’America. Il nostro approccio è agli antipodi della stanca litania dei cantori “questa non è la nostra America”. Quella che proviamo a raccontarvi in questo numero – con contributi editi e inediti- è l’America di ieri, di oggi e di domani. Tra cesure e continuità. Siamo persuasi, da tempi non sospetti, non solo che il trumpismo è lungi dall’essere un fenomeno transitorio ma, altresì, che esso affondi larga parte delle sue radici nel tutt’altro che glorioso processo di fondazione del Nuovo Mondo. È venuto il tempo di tornare a mettere a tema questa scomoda verità, storica e politica. Non è sufficiente dire che, qualunque sarà il destino di The Donald, l’ordine americano e l’ordine globale saranno profondamente diversi nei prossimi decenni.
Buona lettura, ma sino a un certo punto. Siamo consapevoli di esserci messi su quel terreno minato che è diventato, per donne e uomini di buona volontà, il mondo di oggi. Sul piano interpretativo, ancor prima che su quello del “che fare”. Così già tra noi il saggio di Luigi Alfieri che affronta di petto, sin dal titolo (“America di ieri, America di oggi (America di sempre?”), il tema di questo numero (la genealogia del cosiddetto Empire of Liberty), ha già suscitato vivaci reazioni, sinceri apprezzamenti e altrettanti autentici distinguo. Sentite cosa dice a caldo uno dei nostri autori: «Ricco. Disteso. Di piacevole lettura e con molti spunti interessanti. Ma mi pare che la linea maestra tracciata dal passato al futuro porti a una visione deformata del presente con grandezze che diventano troppo piccole (Usa), piccolezze che paiono avere scelte (Ue), pratiche aperte date per chiuse (Russia), micce accese bypassate (Israele). E la Cina sulla riva del fiume…. Vedremo».
Ma quello stesso autore non rinuncia, in divergente accordo, a provare a “vedere” hic et nunc da dove viene e dove va l’America: «Il messianesimo wilsoniano, il multilateralismo rooseveltiano, le crociate anticomuniste da Truman a Reagan fino all’unilateralismo universalistico e neoliberale di Clinton e Bush jr culminato nella grande crisi dell’iperpotenza e nello smarrimento e nelle oscillazioni che passano da Obama a Trump con in mezzo Biden, tutto questo è stato sempre incanalato in un’idea grandezza americana, di un destino ineludibile di supremazia, in una politica di potenza che è sempre rimasta il nocciolo duro di qualsiasi abito indossato dagli Stati Uniti sulla scienza internazionale. Trump è politica di potenza in purezza. Senza travestimenti. Nuda. Interesse senza valori e men che meno valori senza interessi. È vero. Qualche valore a cui richiamarsi c’è anche in Trump: l’America, ovviamente, e una certa America; ma anche la democrazia e la libertà e una “certa” antropologia. Valori comunque non da esportare. Nessun messianesimo e nessuna missione universale. Valori al massimo da usare come arma polemica verso gli alleati (o amici?). Trump è indifendibile. La caccia agli immigrati illegali. L’appoggio allo sterminio dei palestinesi. Eppure, non può essere ridotto a una questione morale che intanto si risolve con un moto di rigetto e con gesti di indignazione. Né in politica estera né in politica interna. Sul piano interno, Trump è la reazione della gente comune che comprensibilmente e condivisibilmente si ribella al dominio di élites avide e corrotte e di minoranze a-nomiche che pretendono di sfondare i confini della libertà e di reinventare la natura umana. È’ una reazione che si oppone alla s-democratizzazione della vita pubblica e alla sostituzione della politica con il diritto (vedere Orsina sulla giuridicizzazione della vita associata). Se l’alternativa a Trump è il progressismo che l’ha prodotto ci sono ben poche ragioni per augurarsi il successo di una proposta che nel segno dell’umanità e della giustizia traveste il dominio in tecnocrazia e la politica in diritto. Non sappiamo il mondo che verrà, ma non sarà quello di ieri. Non sarà quello evocato dai progressisti uniti – di cui la sinistra socialista e marxista è una costola – contro i reazionari. Non sarà un “heri dicebamus…” come non lo fu quello che si lasciò alle spalle i fascismi del secolo scorso. Fascismi, merita ricordarlo, che furono una reazione violenta e incontenibile delle comunità di esseri umani alla “società di mercato” (Polany) in cui le aveva trasformate l’ascesa inarrestabile del capitalismo della prima ondata della globalizzazione e dei tempi felici della belle époque: tutto era mercato e merce, dagli esseri umani alla terra e al denaro. Capitale, merce e mercato. Sfociati nella carneficina delle trincee dei fronti orientali e occidentali. E nella rivoluzione bolscevica. Fu il primo, grande, colossale, indimenticabile fallimento del liberalismo, come complesso di dottrine economiche e antropologiche e anche come dottrine politiche di democrazia controllata e limitata, un fallimento dell’ideologia liberale (che culminò ben presto nel fallimento della pace e dell’ordine internazionale che avrebbe dovuto mettere al bando per sempre la guerra, imposti dalle potenze liberali sopravvissute, ancorché tramortite, al disastro da loro provocato). Ed oggi, eccoci di nuovo dinanzi a un fallimento colossale del liberalismo, nella sua versione neoliberale, con in frantumi l’Ordine internazionale basato sulle regole e con le società ridotte in pezzi delle potenze occidentali dominanti che quel sistema e quell’ordine hanno imposto al mondo. Tutto questo alla faccia di Kant e Kelsen, alle filosofie della pace perpetua, al diritto che nasce dal diritto, al commercio che unisce, all’interdipendenza che inibisce e neutralizza le prepotenze della sovranità. E via cantando e turibolando» (Barbi, “I dilemmi della potenza Usa e dell’impotenza Ue”).
Buona lettura certo, ma altro che buone vacanze! Ci va giù pesante anche Antonio Cantaro con il suo “The Donald, il fascista democratico”: «Trump e il movimento Make America Great Again si propongono di separare il popolo statunitense dai principi e dalle istituzioni liberali (diritti, libertà civili, norme a tutela dell’uguaglianza, inclusione), ma questo non significa che essi siano estranei in toto alla storia statunitense. Estranei a quella declinazione “arcaica” del liberalismo americano praticata dai primi settler colonists (“colonialisti stanziali”) che con la loro violenza genocida e le loro istituzioni totalizzanti furono d’ispirazione agli architetti dell’olocausto nazista. Mentre, infatti, i resoconti ufficiali sulle origini degli Stati Uniti diffondono una rappresentazione della democrazia americana fondata sugli ideali politici di libertà individuale, uguaglianza, giustizia sociale e consenso (irradiati dall’Illuminismo europeo ai fondatori della nazione), nella concreta realtà storica, la nazione americana emerge da uno stato di guerra e rivolta e gli agenti primari responsabili del suo emergere furono colonialisti stanziali angloamericani che attraverso il violento esproprio delle terre dei nativi, la violenza di frontiera, la servitù a contratto, e il lavoro degli schiavi, posero le fondamenta per i venerati ideali liberali di autogoverno, stato di diritto, libertà del lavoro, proprietà privata. L’efficacia comunicativa e la credibilità politica dei pronunciamenti e delle azioni illiberali di Trump sono strettamente legati alla capacità di ravvivare e incarnare questa variante sovversivamente “arcaica”, ma tutt’altro che immaginaria, del liberalismo americano».
Non meno urticante, per radicalità di giudizio e di argomenti, è il post scriptum di Donato Caporalini al suo già edito saggio (“Democrazia di guerra”) sulla guerra di civiltà che si è aperta nel campo occidentale: «Molti osservatori hanno, giustamente, insistito sul carattere caotico dei primi sei mesi della seconda presidenza Trump. Questa caratteristica è apparsa in modo clamoroso soprattutto in politica estera, dove, in più occasioni, il presidente americano ha assunto delle iniziative clamorose che ha poi contraddetto nel giro di poche ore o di pochi giorni…Tuttavia non è impossibile rintracciare in questo apparente guazzabuglio di iniziative e dichiarazioni contraddittorie un codice linguistico in grado di trasmettere in modo coerente un significato politico innovativo. Questo codice è la violenza. Violenza verbale, ovviamente. E violenza fisica. Esercitate da apparati militari e repressivi sempre in violazione delle norme di diritto, sia interne che internazionali. Una violenza esibita, esaltata, estetizzata. Piegando le categorie di Walter Benjamin al nostro scopo – senza però alterarle del tutto – potremmo dire che ci si trova di fronte a una violenza che pone – cioè creatrice di diritto, vale a dire di una nuova codificazione dei rapporti di forza – in quanto è anche violenza che conserva. Cioè che tende a perpetuare il potere costituito. E, correlativamente, è violenza che conserva – che perpetua il potere esistente – in quanto crea una nuova legalità» (Caporalini, “Il metodo Trump. Grammatica della violenza”).
Questo, e tanto altro, troverete, in questo trentesimo numero di fuoricollana sulla odierna “grammatica della violenza” che è non solo il titolo del post scriptum di Donato Caporalini ma il trasversale paradigma che attraversa altresì i contributi di Vincenzo Comito (“Non solo dazi. Robin Hood alla rovescia”), di Federico Losurdo (Lezione brasiliana. Trump non è l’imperatore del mondo), di Salvatore Minolfi (The Donald, O Guappo ‘e Cartone), contributo già apparso in fuoricollana ma che riteniamo quanto mai opportuno ripubblicare tra Le lezioni di autore.
Nel numero zero del nostro web magazine dicevamo che oltre che “fuoricollana” eravamo anche un po’ “fuoriditesta”. Il giusto, quanto basta, scrivevamo. Abbiamo mantenuto fede a questo impegno e questo numero, forse più di altri, ne è l’ennesima prova. Buona lettura!




